giovedì 20 ottobre 2011

Domenica 30 ottobre, tutti allo "Square"

Domenica 30 ottobre 2011 allo "Square" di Sorrento c'è un simpatico pomeriggio d'incontri con giovani scrittori campani. Si parlerà di progetti, libri pubblicati ed in corso di pubblicazione, della realtà editoriale italiana (assurda) ed io farò il mio solito breve intervento, durante il pomeriggio presenterò ( ancora una volta ) il mio libro "La morte del disincanto". Per chiunque abbia voglia di passare (intervenire), il locale è questo qui...

L'appuntamento è per  Domenica 30 ottobre 2011 alle ore 16.30

http://www.massimotaurmino.com/2011/04/square-sorrento/

lunedì 3 ottobre 2011

Genio moderno: Gianfranco Marziano

Vasco Rossi è rock&roll...!?

Dal sito "Corriere della sera.it"


La rete non è più così affascinante, se gli altri si mettono a discettare liberamente di te. Così Vasco deve aver pensato quando i suoi avvocati, nell'aprile del 2010 hanno contattato i responsabili di Nonciclopedia per chiedere la rimozione della pagina dedicata al loro assistito. Per chi non lo sapesse, Nonciclopedia è un sito che fa un po' il verso a Wikipedia. Ovvero scrive biografie del tutto scherzose e inventate su personaggi celebri e meno celebri. Vasco, a differenza di altri presi di mira, non ha gradito.
AUTOSOSPENSIONE - Da Nonciclopedia raccontano di aver contattato più volte i legali del Blasco Nazionale, comunicando loro di esser disposti a eliminare le parti diffamatorie della pagina. Ma nessuna risposta: gli unici che si son fatti sentire sono gli agenti della polizia postale che hanno convocato gli amministratori del sito. Per evitare di incorrere in guai più seri, una querela per diffamazione costa caro, questi hanno deciso di sospendere il sito. Non senza «ringraziare» Vasco, come si si vede nella sua home page. E i fan di Nonciclopedia, meno numerosi di quelli del rocker, ma altrettanto agguerriti, si stanno vendicando: inondando a loro volta la pagina Facebook di Vasco con commenti non proprio urbani. La libertà è anche questa.

lunedì 19 settembre 2011

Pensierino della sera

Guardando distrattamente Giuliano Ferrara in TV...ho capito; ho capito perché di tanto in tanto spunta qualche "scinziatopazzo" desideroso di estinguere l'umana razza con i missili "futonici".

martedì 13 settembre 2011


THIS IS NOT A FILM

10/09/11 – Il grido disperato di Panahi sulla privazione più atroce che un artista possa subire: esprimersi. Fuori concorso a Venezia 68.
Cosa resta di un artista deprivato della possibilità di esprimersi attraverso la sua arte? Con This is not a Film il regista iraniano Jafar Panahi vive e rappresenta per noi questo dramma con rabbia, frustrazione e un sano desiderio di ribellione. Dopo la proiezione a Cannes, il film è stato riproposto a distanza di pochi mesi a Venezia 68, un atto dovuto, un gesto importante da parte del festival lidense, che premiò il regista con il Leone d’Oro per il film Il cerchio, nell’ormai lontano 2000.
Condannato a 6 anni di reclusione e 20 di interdizione dal proprio lavoro, per aver girato un documentario sulle proteste contro la rielezione di Ahmadinejad, Panahi tenta l’impossibile: girare un film dagli arresti domiciliari rispettando l’assurdo e castrante divieto impostogli dal giudice.
Con un gesto disperato, il regista, filmato dal collega Mojtaba Mirtahmasb (anche lui inviso al regime), legge davanti alla macchina da presa alcuni lacerti della sceneggiatura di un suo nuovo progetto. Così ci ritroviamo di fronte a una sorta di “pitching”, ovvero un colloquio attraverso il quale ci viene di richiesto di produrre il film, non da un punto di vista finanziario, ma investendo in esso la nostra immaginazione. Produttori di immagini per una pellicola che non c’è, e che forse non ci sarà mai, con This is Not a Film viviamo dunque in prima persona il dramma più dolente spettatore abbia mai esperito. Sceneggiatura alla mano, Panahi ci illustra le scene, delimita nel suo soggiorno la location, ricorre ai filmati preliminari alla riprese, poi si blocca, afflitto da un’insopportabile sensazione di “falsità”. Maestro di un cinema che ricerca, senza compromessi, il nitore del vero, Panahi non riesce a stracciare quel velo di menzogna che la legge gli ha imposto, non sa e non può simulare. Dal momento che non può essere regista sposa dunque il ruolo di attore e ricerca alacremente, all’interno della sua filmografia, quegli istanti irripetibili in cui gli interpreti (in Oro rosso) o la scenografia (Il cerchio) sono diventati, per qualche istante, i veri registi del film. Ma il ruolo di attore non gli si addice, contribuisce solo a ricordargli quanto la legge lo abbia deprivato, oltre che del proprio lavoro, anche della sua identità.
Riflessione sul cinema e sulla verità, atto teorico e politico insieme, This is Not a Film è il primo “non film iraniano” che ci è dato vedere, ma non è l’unico.
Panahi si fa carico, infatti, di esprimere la frustrazione di quanti, come lui, si sono visti rifiutare del Governo, l’unico produttore cinematografico in Iran, la possibilità di lavorare. La realtà sopraggiunge comunque nella prigione domestica dell’autore, attraverso echi lontani delle proteste che in quei giorni (siamo nel marzo del 2009) accompagnavano le celebrazioni dell’annuale Festa del fuoco. Panahi si affaccia alla finestra e, riprendendo con il telefonino, cerca tra i palazzi uno spiraglio che possa mostrargli cosa sta avvenendo fuori, ma può coglierne solo echi lontani. Decide così di compiere un atto sovversivo. Quando infatti Mirtahmasb lo saluta per tornare a casa dalla sua famiglia, Panahi si ribella e imbraccia la sua arma: la macchina da presa. Ma è solo per ritrovarsi, giunto al portone del suo condominio, di fronte ad un ultimo ostacolo. Creare stando fermi, fare arte aspettando semplicemente che l’arte si manifesti da sé, è questa l’utopia, bellissima eppure terribile, con la quale più volte l’autore si scontra. This is Not a Film è una pellicola importante, sovversiva, dolorosa, che andrebbe mostrata in tutti i festival internazionali, contravvenendo al diktat dell’anteprima mondiale. Anche quello, infondo, di fronte al potere deflagrante dell’arte, è solo un altro assurdo divieto.

Frédéric Beigbeder


Una zanzara dura un giorno, una rosa dura tre giorni. Un gatto dura tredici anni, l'amore tre. È così. C'è prima un anno di passione, poi un anno di tenerezza e infine un anno di noia.
Frédéric BeigbederL'amore dura tre anni, 1997

La grande questione nella vita è il dolore che causiamo agli altri, e la metafisica più ingegnosa non giustifica l'uomo che ha lacerato il cuore che l'amava.
Frédéric BeigbederL'amore dura tre anni, 1997

mercoledì 7 settembre 2011

Quando Pippo prese il fucile

Se c’è una cosa che mi pesa negli ultimi anni è quella di vedere sempre più di rado i miei amici, e se c’è una cosa che odio della mia amata città e che spesso senza volerlo mi allontana da loro. L’impiego è la croce, restare è il peccato, l’amore è il crocifisso ed il dubbio è la lancia che ti buca il costato. Un giorno di Novembre, squilla il telefono. Come sempre premo il tastino verde del mio cellulare in maniera cosi veloce da non riuscire a scorgere sullo schermo il numero che mi chiama. La fretta la metterei in cima ad una potenziale lista di cose che odio, quindi un po’ mi odio. Dopo qualche secondo di perplessità, sento una persona piangere in linea, penso tra me e me: hanno sbagliato. La voce dall’altro lato della cornetta mi chiama per nome, non hanno sbagliato! Non mi hanno voluto neanche al 190, queste sono le prime parole che mi vengono dette in quella telefonata. Io penso: che cazzo è il 190? La voce continua dicendo parolacce ed inerpicandosi in architetture linguistiche dal sapore neoclassico, opere d’arte denigratoria, dell’offesa verso terzi e conclude dicendo: due mesi di corso, due mesi di corso, cazzo! Continuo a non riconoscere la voce, ma comincio a farmi un idea dell’argomento. Marco sono Pippo, continua la discussione in maniera strascicata quella voce rotta dal pianto. Ecco, scoperto l’arcano penso tra me e me. Sono felice di cominciare a trovare le quadrature della misteriosa quanto curiosa conversazione. Sentire un mio carissimo amico scomparso da qualche tempo è una gioia e soprattutto sono felice di aver capito di chi cavolo era quella voce mutata ed impastata dal pianto. Pippo è un mio amico di lungo corso, uno dei migliori per essere precisi, ragazzo brillante a scuola, non il migliore nei modi ma sicuramente l’intelligenza più viva della mia classe alle elementari. Negli anni avevamo scelto percorsi formativi diversi fin dalle superiori, ma non c’eravamo mai persi di vista. Complice della nostra amicizia una smodata passione di entrambi per la Paystation. In quattro abbiamo passato intere notti a massacrarci i pollici a Winning Eleven. Lui aveva scelto di studiare storia all’università, quindi anche lui rientrava a pieno titolo nella sempre più diffusa schiera dei “110 buoni motivi”, come li chiamo io. Tale definizione è la sintesi di una mia teoria sulle difficoltà di impiego per un laureato al sud, nel caso di Pippo credo che ne sarebbero bastati uno o due dei centodieci motivi per spiegarmi l’esito del suo fallimentare corso. Pippo continuava il suo sconnesso discorso dicendo che senza addurre motivazioni plausibili, avevano scartato due di loro su diciotto a questo fantomatico corso per un call-center di servizi Telecom, guarda caso gli unici due laureati. Io un idea sulle possibili motivazioni plausibili l’avevo, ma l’ho tenuta per me, è una di quelle contemplate nelle centodieci motivazioni di cui sopra, cioè, la motivazione numero due: il laureato ha ambizioni. Per molti datori di lavoro o come li chiamo io i “fustigatori d’ opportunità” gli ambiziosi danno fastidio, fanno domande e talvolta tirano in ballo i diritti. Pippo continuava lo sfogo, io un po’ ascoltavo ed un poco pensavo ad i cazzi miei. Il suo discorso era servito in una salsa dal sapore logoro e deja-vu, quelli della mia generazione possono capirmi e condividere con me la noia che si cela nell’ennesimo pianto di un amico per una delusione lavorativa, succede troppo spesso a troppe persone ed oltretutto io sono un pessimo confidente. Pensavo tra le altre cose a che fine aveva fatto Marco Predolin, il baffutissimo presentatore dopo l’incredibile successo del gioco delle coppie nella seconda metà degli anni ottanta e l’infame e mendace voce che girava tra i ragazzi dell’epoca che lo davano per morto di Aids, si era dato alla macchia della tv italiana. Non so perché mi sia venuto in mente Predolin, ma il pianto di Pippo che i baffi non ha, mi aveva fatto pensare a questo. Dopo aver attaccato, comincio a pensare che forse sia salutare per me vedere uno psicanalista. Pippo poco prima di attaccare minacciava d’ammazzarsi, quindi magari lo psicanalista lo prenoto per due. Io ovviamente non gli ho creduto, anche perche sono fermamente convinto che nell’aldilà non hanno la Playstation e soprattutto non è possibile giocare le nuove versioni del nostro videogioco di calcio preferito. Qualche giorno dopo la telefonata ho incrociato Pippo in un locale, beveva birra e sorrideva ad una biondina.